giovedì 6 dicembre 2012

VIII (a ritroso)


notte del ventun luglio duemiladodici

Se sentissi
crescere
dentro la gola
il fibroso fusto
di una piccola
palma,
sarei felice.
Con le sue radici
aggrappate
ai miei fianchi,
con i datteri
già scuri
tra i denti,
sì che sarei felice.
Se sentissi
nelle orecchie
le foglie
della piccola palma
squassate dal vento
come capelli di un'imperatrice,
per compassione,
con esse mi piegherei
in un sì.
Sfogliata,
spogliata,
ma i datteri in bocca:
ritratto di palma felice.

VII (a ritroso)

Autoritratto

Cucino meringhe

in autobus leggo

non slaccio le stringhe

e mi distraggo.

Cammino di fretta

ma perdo tempo

a pochi do retta

li ascolto - al contempo.

Studio, spesso rido

legge non detto

mai mi decido

ma siedo e t'aspetto.

VI (a ritroso)

era sicuramente inverno o poco dopo

I nostri profili restan sbeccati.

Se i tuoi baci avranno

il suono arreso dei piatti venati:
taci. Dentro, tintinno.

V (a ritroso)

Non ho prestigi da difendere
né espressioni da melodramma
o gesti compunti, per te.
C'era una staccionata,
pure scrostata, qui e là,
e a te piaceva dondolare le gambe
giù da questa.
Ho aperto il cancello
(ma il vento ci passava attraverso)
e mi sono accorta
che non c'era più
il chiavistello.
Non calcare la soglia
l'erba già non cresce.

IV (a ritroso)

non c'è data, estate duemiladodici

Molto mi è indifferente, ma non te,
se fuori quiesce o impazza il mondo.
Le mie ossa s'infittiscono in pilastri
per meglio adorare la tua lisca di vetro:
ho mani troppo grandi per non sgualcire
il vestito buono che metti per me,
ma lascia che costruiscano una capanna.
Potrai accendere un falò, potrai ballare
per il mondo, fuori quiesce o impazza,
o per me che lo dimentico, sulla soglia
che è tua e mia, e batto il nostro tempo.

III (a ritroso)

A chi mi lucida le labbra
sedici agosto duemiladodici 

Mi hai lasciato
labbra lise
usurate
dai baci e
dalle parole
come la maniglia
d'ottone
quella che splende
quella che,
tentoni,
cerchi nel buio,
quella che apre
al luogo segreto
al tuo rincasare.
E quando parlerai
le labbra lise
usurate
lisce di luce come maniglie
ti aprirannno
nel modo consueto.
Nel luogo segreto,
(le scale, un androne?)
che percorriamo
tra le tue dita
e la mia bocca d'ottone.

II (a ritroso)

sei novembre duemiladodici

L'ho chiesto ai libri vicini al mio letto,
quelli che nelle notti bianche
sfoglio per dare forma a un tormento;
Prévert, ad esempio, non ha saputo rispondere.
L'ho cercato sulla calce del soffitto
ma non rimanevano che i coriandoli
di tutte le feste, delle sfilate di carri
indette sul suo selciato,
così calmo e opposto,
per i miei pensieri sboccati.
Ho svuotato l'arbanella di vetro:
contiene i miei spiccioli piccoli,
che sembrano oro e valgono nulla,
e ricordano certe promesse, già sotto spirito.
"Contre les portes de la nuit" io guardo
il carnevale svanire nel bianco.
La luce dell'alba abbacina
e niente mai è così buio.

I (a ritroso)

ventisei novembre duemiladodici, tre del mattino

Il mio nome non lo conosco più,
un'apostrofe colma di tenerezza
me ne ha dato uno nuovo, che è anche lo stesso.
L'avevo dimenticato
ma ora a fior di labbra
lo ripeto
tre lettere sole, non le dicevi spesso,
mentre eri distratto:
un regalo senza pretesto.
Ho un nome
solo se lo pronunci: è un Amen
che si perde
proprio davanti alla croce
nella cattedrale delle nostre conversazioni.
A fior di labbra
lo ripeto
- e così sia? -
il miracolo del mio nome
nel battesimo della tua voce.